• Istanbul, photographes et sultans, 1840-1900, testo di Catherine Pinguet, fotografie della collezione Pierre de Gigord, prefazione di Daniel Rondeau, CNRS Editions, Paris 2011











Ernesto Caldi, Donne turche in una ‘araba’, 1870 circa, cabinet. L’araba è una vettura trainata da buoi guidata da un saďs, uomo a piedi. Sono note varie riprese in vari formati dello stesso gruppo di persone edite dallo stabilimento commerciale fotografico Abdullah Frères.

Catherine Pinguet ricostruisce con finezza la storia della fotografia di Istanbul, dai primi dagherrotipi e calotipi dei viaggiatori-fotografi del ‘Grand Tour’ - quali  Gérard de Nerval, l’ingegnere Ernest de Caranza, l’incisore James Robertson, l’erudito appassionato e disegnatore di architettura Joseph-Philibert Girault de Prangey -, alle riprese degli stabilimenti fotografici commerciali stabilitisi nella capitale ottomana, lungo il corso della seconda metà del XIX secolo e ai primi del Novecento, prima di tutti quello di Vassilaki Kargopuolo, poi soprattutto quelli di Pascal Sebah (atelier aperto a Pera nel 1857) o quello dei Frères Abdullah (Viguen, Kervork e Hovsep), denominati come tali dal 1861 ma attivi già dalla fine degli anni cinquanta. I fratelli Abdullah, primi fotografi ufficiali della corte imperiale (1863), partecipano alle grandi Esposizioni Universali, producono un numero enorme di ritratti in formato carta da visita, scene di genere e piccoli mestieri ripresi in studio o in strada, vedute della città destinate a soddisfare le passioni di esotismo dei viaggiatori e in particolare lunghi panorami. Essi riprendono anche gli eventi bellici dell’epoca.

Sotto il regno di Abdülhamid II (1876-1909), ultimo grande sultano califfo, il titolo di fotografo ufficiale cessa di essere privilegio di un solo atelier. Il sultano incarica più operatori, militari compresi, per documentare fotograficamente lo stato del suo impero. I risultati vengono utilizzati per  inviare - in forma di 51 album contenenti una selezione di più di milleottocento immagini -  negli Stati Uniti, alla Biblioteca del Congresso di Washington (1893), e in Gran Bretagna, al British Museum (1894), come dimostrazione dell’azione di un ‘sovrano illuminato’ per promuovere il suo impero al rango di paese civilizzato.

Nessuna immagine della Turchia fece parte delle Excursions Daguerriennes di Lerebours e i calotipi (1846) di George Wilson Bridges e di Claudius Galen Wheelhouse non sono conservati .

Girault de Prangey riprese nel 1843 a Istanbul alcuni panorami, alcune strade, un cimitero, dettagli di una moschea e di una fontana. Nel 1845 Carlo Naya riprese a Istanbul alcuni dagherrotipi, di cui sono noti due ritratti, prima di lasciare la città dopo la morte del fratello  per trasferirsi a Venezia, dove aprě il famoso atelier di piazza San Marco.

Il volume è riccamente illustrato con ottime riproduzioni delle fotografie della collezione di Pierre de Gigord: rarissimi calotipi di de Caranza (1852), un panorama di Alfred-Nicolas Normand (1853), le mura di Bisanzio di  Pierre Trémaux (1853), le moschee e le fontane di James Robertson (1853) e di Robertson & Beato, le riprese stereoscopiche di Claude-Marie Ferrier (1857), rare immagini di Roger Fenton (1862),  numerose immagini dei fratelli Abdullah (gli anni del successo: 1869-1876. gli anni della disgrazia fino alla chiusura della ditta: 1878-1889) e di Sebah & Joaillier.

Particolarmente interessanti sono le notizie relative a Ernest de Caranza, che per un breve periodo ebbe studio commerciale in Istanbul, inieme a tale Maggi (si tratta forse di Giovanni Battista Maggi attivo a Roma e Torino ???), prima di rinunciare per espletare  la missione di rappresentare l’impero ottomano all’Esposizione Universale del 1855. Utili precisazioni e commenti relativi a Kargopoulo, a Sebah e ai fratelli Abdullah. Un capitolo  analizza i temi ricorrenti nella produzione fotografica di Istanbul: i souvenir, la donna turca, il caffé alla turca, le scene della strada.

Una parte delle fotografie demlla colezione di Pierre de Gigord erano esposte nella mostra del 2006-2007 all’Instiutut du Monde Arabe, Parigi ( L’Orient des photographes Arméniens, catalogo della mostra a cura di Mona Khazindar, Djamila Chakour e Hoda Makram-Ebeid, Paris 2007)

Il contributo della Pinguet e le immagini della collezione integrano utilmente la fondamentale opera di Bahattin Öztuncay sui fotografi di Costantinopoli (The Photographers of Constantinople, 2 voll., K.Librairie, Istanbul 2005).


 
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